In questi anni ne abbiamo parlato in privato, tra noi. Al telefono o davanti a un caffè, nella fretta dei viaggi verso le città italiane che ci invitavano a ragionare di libri, o fuori dall’Italia con amici scrittori stranieri. Ma alla fine, dopo tanto parlare, abbiamo preso coraggio e abbiamo trasformato quello scambio di idee in un progetto. L’abbiamo chiamato Europoliti – Stories for a European Conscience.

 

Perché impegnarci in questo progetto? Be’, perché crediamo che raccontare sia condividere esperienze. Muovere interrogativi, emozioni. E ci chiediamo se leggere una storia e specchiarsi nell’esperienza umana a cui dà forma possa radicare in noi un senso di appartenenza, un sentimento condiviso. Addirittura una coscienza europea. La scommessa della nuova generazione di narratori e artisti europei, per noi, è anche questa: mettere a fuoco quale Europa esiste oltre agli accordi economici, ai vincoli politici che costituiscono l’unica epica attuale del nostro vecchio continente.

Per questo nasce Europoliti – Stories for a European Conscience: cantiere di riflessioni, incontri e proposte concrete; osservatorio sugli artisti d’Europa e sulle competenze sottili che le discipline artistiche sviluppano; piattaforma da cui costruire o ricostruire – voce per voce, luogo per luogo, immagine per immagine – una dimensione prima di tutto emotiva dello spazio europeo. Un’occasione per scoprirci cittadini europei: “europoliti”. Lo impone l’attualità politica. Lo impone l’attualità sociale. Lo impone il futuro.

 

Abbiamo un po’ di domande in testa, e queste sono solamente alcune – le altre, potrebbero venire da chi avrà voglia di unirsi noi: dov’è possibile riconoscere un’Europa viva? Come si costruisce un’epica capace di accomunare – o almeno riavvicinare – Nord e Sud del vecchio continente, centro e periferie? Come si racconta un’identità che prova ad abbandonare resistenze e rigidità passate? E prima ancora: è davvero possibile raccontare quest’identità? Si possono vincere gli stereotipi sulle nazioni di quest’Europa? Si può costruire una mappa narrativa del nostro continente senza tacere le differenze, disegnando le specificità e magnificando le comunanze? Che cosa stiamo raccontando e dovremmo raccontare? Cosa stiamo guardando e cosa dovremmo invece guardare? Si può tradurre la geografia in conoscenza ed empatia? Può la capacità di immedesimarsi nell’“altro” sviluppare e radicare un senso di comunità umanistica in Europa? Da questo, può nascere un progetto artistico e insieme civile?